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Charlie, un anno dopo

Un anno dopo Charlie Hebdo, Parigi è invecchiata. Dopo il 7 Gennaio 2015 c’era tanta voglia di farsi sentire, di urlare con le matite al cielo che eravamo tutti Charlie e che quell’attacco terroristico non avrebbe cambiato il nostro modo di vivere, il nostro modo di ridere e di prenderci gioco di tutto e tutti. A Place de la République l’11 Gennaio eravamo piú di 1 milione. Turbati dagli attacchi ma pieni di voglia di rivalsa, spaventati ma sorpresi da quanta unitá quegli attacchi avessero creato.

La Parigi di oggi guarda agli attacchi contro Charlie Hebdo del Gennaio scorso come ad un evento lontanissimo nel tempo. L’atmosfera cupa e densa di paura del post 13 Novembre prevale sullo spirito del 7 Gennaio. Basti guardare quello che è successo a République nelle ore successive agli attentati di Gennaio e Novembre per capirne la differenza. A Gennaio migliaia di persone a gridare nous sommes tous Charlie, a Novembre qualche centinaio a scappare, urlare e piangere dopo che qualcuno diceva di aver udito degli spari. Erano petardi.

È chiaro che ci vorrá del tempo per riprendersi dagli attacchi di Novembre, ed in generale dall’annus horribilis che è stato il 2015.

Ma nel frattempo Charlie Hebdo continua ad uscire nelle edicole. Chiaro che parte di chi era Charlie a Gennaio si sia pian piano allontanata dal quotidiano satirico. Nulla di strano, c’est la vie. L’edizione di oggi, Charlie un anno dopo, titola « L’assassino scappa ancora », e raffigura dio con un mitra  in spalla. Ha suscitato tante polemiche in Francia ed altrove: cattivo gusto, certo avrebbero potuto risparmiarsela, soliti perbenismi. Nulla di nuovo sotto il sole. Ma non vedo perchè ci si dovrebbe indignare di fronte a tali commenti. Charlie nasce per creare scompiglio, Charlie tratta argomenti tabú con sfrontatezza e se ne infischia delle regole del galateo. Charlie fa satira e la satira non piace a tutti.

La lezione che ci ha ricordato Charlie Hebdo un anno fa non è che siamo tutti Charlie ed allora via ad abbonarci al giornale.

Ma è che la libertá di esprimerci, disegnare e ridere di quel che ci pare vale piú di qualsiasi altra cosa.

O, come diceva Charb:

Dipingi un Maometto glorioso, e muori.
Disegna un Maometto divertente, e muori.
Scarabocchia un Maometto ignobile, e muori.
Gira un film di merda su Maometto, e muori.
Resisti al terrorismo religioso, e muori.
Lecca il culo agli integralisti, e muori.
Prendi un oscurantista per un coglione, e muori.
Cerca di discutere con un oscurantista, e muori.

Non c’è niente da negoziare con i fascisti.
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.

Grazie, banda di imbecilli.

charb

 

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Fluctuat nec mergitur

Venerdì pomeriggio, tanta gente per strada, l’aria festosa del Vendredi soir, usciti dal lavoro, una birra o due mentre in TV passano Francia-Germania.

Venerdì sera, qualche ora dopo, strade vuote, luci spente, negozi chiusi. Solo il suono delle sirene per strada. Taxi occupati, gente che corre. Una bicicletta da Grands Boulevards per tornare a casa.

Questa volta è diverso.

“Cerca di fare attenzione e stare al sicuro”. Attenzione a cosa? Cosa evitare e cosa no? Come capire dove sta il pericolo? Non prendo la metro ma prendo il bus? Perché quest’ultimo dovrebbe essere più sicuro?

Il senso di impotenza è più grande del Gennaio scorso.

Rendersi conto che nei prossimi mesi la vita in questa città non sarà più libera e spensierata, è questa la cosa che fa più male. Cercheremo di continuare a vivere come prima, ma ci riusciremo?

Gli attacchi hanno preso di mira uno stadio, una sala concerti, dei bar. Al Bataclan o davanti lo Stade de France potevamo esserci noi, nostri amici, parenti.

Un attacco senza precedenti, che lascia una ferita profonda al cuore di Parigi e di chi a Parigi vive ogni giorno.

Ci sono momenti in cui bisogna solo fare silenzio e rispettare chi ha subito e vissuto un attacco così atroce. Ci sarà spazio più avanti per i vari “e allora quello che succede ogni giorno a «nome di città qualsiasi in Africa/Medio Oriente»?”. Semplicemente non é questo il momento. Non é il momento dei “mi dispiace per Parigi, però certo a Beirut/Damasco/Gaza”. No. Adesso silenzio e rispetto. E basta.

Una cosa però è certa: Parigi saprà reagire. Come ha dimostrato in altri momenti difficili, il popolo francese non si lascia piegare facilmente.

«Aux armes, citoyens..». Torneremo a passeggiare nel Marais, a fare pic-nic al jardin du Luxembourg, a bere un bicchiere sul Canal saint Martin.

«Formez vos bataillons..». Torneremo a manifestare a République, a chiacchierare su un quai, a meravigliarci della bellezza di questa città.

«Marchons, marchons». E torneremo a mangiare al Petit Cambodge, ad ascoltare un concerto al Bataclan e vedere una partita allo Stade de France.

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Forever a loan

Un precedente non da poco: d’ora in poi ogni singolo accordo europeo, o anche solo bozza, potrà essere soggetto a referendum nazionale. Quello che viene da chiedersi adesso è come farà Tsipras a firmare un qualsiasi futuro accordo con la Troika: sulla base di che cosa un nuovo accordo sarà diverso, migliore e quindi “tollerabile” rispetto alla bozza a cui il popolo greco ha detto di no? Tsipras farà un referendum anche sulle nuove bozze di accordo o no? Se no, perché?

E poi dico, se il pescatore di Salonicco ha tutto il diritto di dire di no ad una bozza di accordo tra il suo paese ed i creditori internazionali, allora l’operaio di Dusseldorf, il panettiere di Saint Michel o il venditore ambulante di Ballarò non hanno lo stesso diritto di esprimersi sul se e a quali condizioni consentire al proprio paese di prestare soldi alla Grecia? O la democrazia è un istituto che appartiene solo e soltanto alla penisola ellenica dal VI secolo a.c.?

La Troika o Brussels Group: i demoni dell’austerity. Ed io che pensavo che il concetto secondo cui il creditore richieda delle garanzie sul fatto che il debitore ripaghi non fosse poi così recente. E invece no: quello che vogliamo è che il creditore i soldi ce li dia e a tassi convenienti. Poi decidiamo noi se/come/quando ripagarli.

Ci sono voluti anni e anni di teorie economiche e delle relazioni internazionali per elaborare un concetto così innovativo e democratico.

Forever a loan

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Alexis cuor di leone

E’ vero, è passato un po’ da quando mi hanno eletto. Ok, in questi cinque mesi avrei potuto fare altro, tipo qualche riforma che sostenesse l’economia greca. O per esempio avrei potuto far risparmiare un po’ di tempo all’Unione Europea, che ora come ora ha giusto un paio di cosette da sistemare. Però no, non mi andava. Ed allora abbiamo mancato un paio di deadline, posticipato un po’ di pagamenti: volevamo rendere il tutto un po’ più frizzante. Poi cavoli, ad un certo punto mi hanno messo alle strette: volevano smettere di giocare, volevano trovare un accordo. Cose da pazzi. Ma io, adolescente che finalmente siede al tavolo dei grandi, ho preferito continuare a giocare. Perché voglio vincere uffa: mi hanno eletto sulla base della promessa che avrei portato pace, prosperità, benessere, uguaglianza, unicorni e maiali volanti, senza scendere a compromessi. Ok, potrei averla fatta fuori dal vaso, ma che ci volete fare: hasta siempre la revolucion, no? Botte piena e moglie ubriaca: io ci credo.

E allora facciamo così: abbiamo giocato per cinque mesi, ma adesso che la decisione va presa, facciamo che lo richiediamo al popolo con un referendum. Win-win per me insomma: vince il sì all’accordo? Rispettiamo la decisione del popolo sovrano. Vince il no? Vince la mia linea. In ogni caso vinco io, taac. Lo ammetto: non sono proprio un cuor di leone.

La verità, elettrici ed elettori greci, è che noi amiamo sognare e prendervi un po’ per i fondelli. Crediamo nel sogno delle belle parole, che messe una dopo l’altra non solo creano una bella favola, ma anche un progetto politico. Ed allora avanti così: domani Borsa e banche chiuse. Non becero populismo, ma voglia di riscatto. Non inaffidabilità, ma lungimiranza.

Elettrici ed elettori greci, domani ci sveglieremo e non avremo più bisogno né dell’Europa né delle istituzioni internazionali. Perché una mandria di unicorni alati e maiali volanti porterà soldi, pace e uguaglianza al popolo greco. Noi ci crediamo.

tsipras juncker

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Piazza san Giovanni, 1200 d.C.

Diciamolo chiaramente ed una volta per tutte: i gay hanno rotto le balle. Con le loro richieste, i loro colori, la loro felicità deviata. Nella classifica dei rompiballe sono saliti al primo posto, superando negri, ebrei e comunisti. Ma poi cosa vogliono? Che cosa pretendono? Non lo hanno forse capito che con le loro richieste insensate mettono in pericolo le nostre tradizioni, la nostra cultura e i nostri figli? I nostri figli soprattutto: immaginate che essere mostruosi verrebbero fuori da una coppia omosessuale. Sarebbero gay anche loro, incapaci di concepire il rapporto con l’altro sesso. Come d’altronde tutti i figli di coppie etero sono etero anche loro, no? Perché la mancanza della figura materna, perché Dio ci ha fatto uomo e donna, perché lo dice anche il grande psicologo degli anni 50 del 1200, perché “Sposati e sii sottomessa”.

Due gay che crescono un bambino: non scherziamo. Cioè, vanno bene le suore, che sono devote missionarie di Dio, e vanno bene anche le famiglie tradizionali tradizionalmente infelici. Ma, come le nostre tradizionali esperienze pre-matrimoniali insegnano, fellatio et ani sexus non hanno mai generato filiazione. Ed allora perché mai due gay dovrebbero poter crescere un bambino?

L’importante, signori miei, non è che il bambino sia cresciuto da una coppia che si ama e che lo possa educare bene, con tanto amore. No, non è questo il punto. A noi, in verità, di come sia cresciuto un bambino interessa ben poco.

L’amore cristiano dei 200mila al Family Day di ieri è amore incondizionato ci dicono. Sì, è così. Ma amore incondizionato verso la tradizione e tutto ciò che possiamo chiudere all’interno di schemi che capiamo. Amore verso noi stessi, non verso gli altri né l’altro. Amore verso ciò che ci ha fatti essere infelici per tutta la nostra vita, ma che è giusto che anche gli altri sperimentino. Non sia mai che due uomini o due donne scoprano di essere più felici insieme piuttosto che fingendo di essere etero, e non sia mai che un bambino scopra che la cosa più bella è crescere con due persone che si amano e lo amano, n’importe quoi.

Altrimenti rischiamo di scoprire che forse forse anche noi in fondo siamo un po’ gay. E anche un po’ repressi.

Family day

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