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Il PD e la sfida del cambiamento in Europa

“È precisamente questo che intendiamo, quando diciamo che il Partito democratico è un partito ‘a vocazione maggioritaria’: un partito che punta non a rappresentare questa o quella componente identitaria o sociale, per quanto ampia possa essere, ma a porsi l’obiettivo di carattere generale di conquistare nel Paese i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, incisivamente riformatore. Il Pd al quale penso è un partito che intende mettere al servizio di un incisivo programma riformatore tutta la forza della partecipazione democratica, la mobilitazione delle energie intellettuali e morali, civili e politiche, delle quali dispone una società viva come quella italiana. Non c’è altra strada per fare le riforme: non si può immaginare di dare alla politica la forza necessaria a far prevalere gli interessi generali sulla tirannia di quelli particolari, corporativi, microsettoriali, senza conferirle una nuova legittimazione democratica. Per questo il Partito democratico dovrà essere un partito davvero nuovo. Perché dovrà pensarsi non più come un bene privato, di proprietà della comunità chiusa, per quanto larga possa essere, dei suoi fondatori, dei suoi dirigenti, dei suoi militanti. Ma al contrario come una istituzione civile, che svolge una funzione pubblica e che come tale appartiene a tutti i cittadini che intendono abitarlo. Questo è del resto il modo di intendere i partiti proprio delle grandi democrazie: le quali, non a caso, dispongono di pochi, grandi partiti politici, il ciclo di vita dei quali si misura in svariati decenni, quando non in secoli. Uno dei sintomi più preoccupanti della grave malattia che affligge la democrazia italiana è invece proprio la proliferazione di tanti, piccoli ed effimeri soggetti politici, che è perfino improprio definire partiti, almeno nel senso europeo (per non dire nordamericano) del termine, e che per la loro spiccata vocazione oligarchica, quando non familistica, è ancor più difficile descrivere come democratici.”

Così scriveva Walter Veltroni sette anni fa, nella prefazione al libro “La nuova stagione”. Sette anni dopo il Partito Democratico di Matteo Renzi conquista il 40,8% alle elezioni Europee, facendo registrare un risultato mai raggiunto prima dal centrosinistra italiano. All’attuale premier va riconosciuto il fatto che, quando dal palco di Torino in occasione della campagna elettorale per le primarie PD del 2012 aveva detto “il Pd con noi può puntare al 40 per cento, con altri è un Pd da 25 per cento”, aveva ragione. Il PD di Renzi ha una caratteristica fondamentale che lo distingue dai suoi predecessori a centro sinistra: è un partito trasversale, sia geograficamente che socialmente. Secondo le analisi di Youtrend, il distacco PD-5 stelle alle Europee è stato minimo nella fascia di età 18-34 anni (laddove alle scorse elezioni Bersani aveva preso una gran batosta), per raggiungere gli 8,5 punti percentuali di distacco nella fascia 35-54 anni, ed impennarsi a percentuali vicine al 40% per gli elettori oltre i 55 anni (se Grillo dice che l’Italia è un Paese di pensionati, e che gli anziani non dovrebbero votare, ci sarà un motivo), e con Renzi per la prima volta il centrosinistra ha vinto in categorie della popolazione in cui tradizionalmente trionfava il centrodestra: casalinghe, lavoratori autonomi, lavoratori meno istruiti.

L’esito elettorale delle Europee rappresenta un importante risultato per il premier, che vince un po’ di scommesse in sospeso con chi, all’interno del PD, gli aveva sempre remato contro (persino Fassina ha recentemente dichiarato di averci visto male sull’attuale premier: “su Matteo ho sbagliato, è l’uomo giusto al posto giusto”), e che lo investe di quella legittimazione popolare diretta che gli mancava all’inizio del suo mandato. Con circa 11 milioni di voti il PD rappresenta il partito più votato d’Europa, ed il secondo per numero di seggi al Parlamento Europeo, dopo la CDU di Angela Merkel, e Matteo Renzi è il leader social-democratico che ha ottenuto il maggiore successo in queste europee. Eppure in alcune aree del PD si sentono certi malumori, quasi come si sperasse in una vittoria ben più risicata o addirittura in una sconfitta ai danni dei 5 stelle: a volte, forse, occorrerebbe ricordare che chi dice di far parte di un “Partito Democratico” dovrebbe essere appunto democratico prima che membro di questa o quella corrente (e a scrivere è uno che non ha mai votato Renzi alle primarie PD).

Si tratta di una grande vittoria per il PD, ma è adesso che viene il bello: provare a cambiare l’Europa. Si presenta all’Italia ed al Partito Democratico per la prima volta l’occasione di poter non solo incidere, ma guidare in prima persona la costruzione del futuro della politica europea, che oggi come non mai necessita di un cambio di marcia. Gli “euroscettici” hanno ottenuto un quarto dei seggi al Parlamento Europeo, Tsipras ha fatto registrare una grande vittoria in Grecia, nel Nord Europa si è imposta la destra estrema: gli equilibri del Continente sono cambiati, e di conseguenza dovranno esserlo anche le politiche europee dei prossimi anni. Il punto è: come incanalare la rabbia e la frustrazione di buona parte della popolazione europea in qualcosa di costruttivo e che abbia una visione d’insieme, in cui al centro sia l’Europa? L’euroscetticismo degli antieuropeisti parolai trova in un serio cambio di marcia rispetto alle politiche fallimentari degli anni passati il suo più grande avversario, nonchè il suo vincitore, come dimostrato dal Partito Democratico in Italia. Ed è proprio la vittoria del PD in Italia a far ben sperare chi in un’Europa migliore non ha mai smesso di credere.

Da barzelletta fuori dal nostro Paese, siamo diventati il faro contro i populismi, in cui tutte le forze progressiste e democratiche europee ripongono speranza: sono passati 3 anni, ma sembra una vita.

Renzi-a-Bruxelles-by-Palazzo-Chigi1

 

[pubblicato 09/06/2014 su imille.org]

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Un voto lungimirante

Sfogliando il programma pentastellato per le elezioni europee una cosa salta immediatamente all’occhio: l’abisso che lo distanzia dalla realtà. Grillo chiede l’abolizione del pareggio di bilancio e del Fiscal Compact, o Patto di bilancio europeo, ovvero la legge che obbliga l’Italia, come gli altri paesi europei che lo hanno ratificato, a rispettare una serie di vincoli fiscali, come l’obbligo al perseguimento del pareggio di bilancio, la riduzione progressiva del debito su PIL. Chiede di indire un referendum sulla permanenza dell’Italia nell’euro: da mesi ormai i 5 stelle insistono sui benefici che arriverebbero all’Italia da una uscita dall’euro, una conseguente politica monetaria autonoma, ed una svalutazione della valuta nazionale che porterebbe con sé nuova competitività ed autonomia. Beppe Grillo, o “il moVimento”, chiede allo stesso tempo l’adozione degli Eurobond. Ma come: gli Eurobond? Mi sono perso forse qualcosa? Insomma, Grillo vuole uscire dall’euro, non rispettare i vincoli dei trattati internazionali, ma poi finanziare il debito pubblico italiano a livello europeo, che suona tanto come “vogliamo i benefici che possono derivare dall’Unione, ma non ne vogliamo rispettare i vincoli”. Non solo demagogico e fuori dalla realtà, il programma grillino per le elezioni europee si rivela un insieme di slogan erronei e contraddittori tra loro, tipico di chi, in politica, si limita a cavalcare l’onda del malcontento e del malessere generali per portare acqua al proprio mulino, campando sulla certezza che tanto non governerà mai. Facile vincere quando non si puo’ mai perdere: facile vincere quando si gioca a far sempre l’opposizione. Ma risulta piuttosto difficile capire concretamente come un programma economico del genere possa essere applicato nella pratica: di certo suona molto meglio a parole.

Il Fiscal compact non puo’ essere abolito mentre si adottano gli Eurobond, e l’idea di una competitività dell’economia italiana rilanciata da un ritorno alla lira è quantomai lontana dalla realtà dell’economia globalizzata di oggi, dominata dalle global value chains, ovvero catene globali del valore, in cui importazione/esportazione di beni intermedi e frammentazione e dispersione della produzione sono i caratteri dominanti, riducendo sensibilmente i potenziali vantaggi di prezzo derivanti dall’esportazione “diretta” delle aziende italiane sul mercato (per un approfondimento sul tema: http://www.lavoce.info/uscita-dall-euro-svalutazione-esportazioni-importazioni-global-value-chain/). Non ho mai amato l’espressione “voto responsabile”: mi fa pensare ad una sorta di richiesta di sacrificio alla dea “Responsabilità”, in nome di benefici a lungo promessi e mai realizzati. L’appello alla responsabilità da qualche tempo a questa parte suona alle orecchie di tanti quasi come un appello al masochismo. Preferisco piuttosto l’espressione “voto lungimirante”: abbiamo bisogno di una politica europea che possa portarci fuori dalla stagnazione economica, che possa contribuire a creare occupazione, che si batta per l’equità e contro l’ingiustizia dell’evasione fiscale. Abbiamo bisogno di un’Europa dei diritti, che azzeri il gap salariale tra uomini e donne e garantisca libertà all’autodeterminazione in campo sessuale e procreativo. Abbiamo bisogno di un’Europa che lavori per una politica energetica comune, riducendo le emissioni di anidride carbonica, che investa sulle rinnovabili e riduca gli sprechi. Abbiamo bisogno di un’Europa che faccia “l’Europa” in politica estera, che in materia di difesa si muova unita e compatta contro chi è contro la democrazia.

Ovvero abbiamo bisogno di un’Europa che non proponga finte soluzioni irrealizzabili, ma che abbia invece quella marcia in più e quella lungimiranza che sono mancate in questi anni.

Per tutto questo, il 25 Maggio, votiamo per l’Europa, per un’Europa migliore.

 

 

Parlamento-Europeo-by-David-Fernandez

 

[pubblicato 23/05/2014 su imille.org]

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Bonus-Renzi e sostegno alle classi meno agiate

L’ Agenzia delle Entrate ha da qualche giorno pubblicato la circolare che rende note le modalità di applicazione del bonus Irpef di 80 euro per lavoratori dipendenti e titolari di alcuni redditi assimilati al lavoro dipendente, previsto dal decreto legge 24 Aprile 2014, n. 66, relativo alla “Riduzione del cuneo fiscale per lavoratori dipendenti e assimilati”. La disposizione del decreto-legge mira ad intervenire con urgenza in materia fiscale col fine di rilanciare l’economia del nostro Paese tramite un abbattimento del cuneo fiscale. Il bonus in busta paga arriva a poco più di un mese dall’annuncio da parte del Presidente del Consiglio, e costituisce senza dubbio uno degli interventi su cui Matteo Renzi sta puntando maggiormente in questi primi mesi del suo governo.

I numeri del bonus

Il decreto prevede che a partire dalle buste paga di Maggio sarà riconosciuto ai lavoratori dipendenti che ne risulteranno titolari un bonus monetario fino ad un massimo di 640 euro annui, ovvero 80 euro al mese considerando che la misura sarà valida fino a Dicembre. L’iniziale idea di agire tramite un rafforzamento della detrazione irpef da lavoro dipendente è stata scartata a favore di un intervento diretto in busta paga. Ad essere interessati dal bonus saranno circa 10 milioni di lavoratori dipendenti, ovvero coloro che percepiscono un reddito annuo da lavoro dipendente o assimilato tra gli 8145 ed i 26000 euro, mentre saranno esclusi i pensionati e buona parte degli incapienti; in quest’ultima categoria, riceverà il bonus chi non usufruisce di detrazione da lavoro dipendente, ma di altro tipo di detrazione (spese fiscali, figli a carico ad esempio). Il bonus di 640 euro sarà interamente incassato da chi percepisce tra gli 8145 ed i 24000 euro lordi annui, mentre per la fascia di reddito che va dai 24 ad i 26000 euro il bonus diminuirà progressivamente fino ad azzerarsi. Se dunque si è evitato di intervenire in maniera frettolosa sulle aliquote Irpef, è pur vero che, come sottolineato da Baldini, Giarda e Olivieri in un approfondito articolo su LaVoce, le aliquote effettive Irpef saranno intaccate: l’aliquota media diminuirà nell’intervallo 8145-26000, mentre quella marginale subirà un forte aumento nella fascia 24-26000, dovuto alla rapida diminuzione del bonus superati i 24000 euro di reddito lordo, fino alla completa estinzione a 26000. La manovra costerà poco meno di 7 miliardi di euro e secondo le stime dello stesso governo porterà ad un beneficio macroeconomico in termini di aumento del Pil di 0.1% nel 2014, 0.3 nel 2015 e 0.4 nel 2016.

L’intervento del governo rappresenta senza dubbio un importante passo avanti nella direzione del sostegno ai redditi più bassi, costituendo un rilevante sollievo monetario per 10 milioni di lavoratori, ma presenta allo stesso tempo degli elementi di criticità che andrebbero approfonditi maggiormente.Si tratta senz’altro di una vittoria politica per il governo Renzi: è capitato di rado negli ultimi anni in Italia che promesse di questo tipo si tramutassero in effettive riforme ed in così breve tempo. La scelta di intervenire tramite un bonus piuttosto che attraverso un rafforzamento della detrazione Irpef da lavoro dipendente rappresenta un altro punto forte del decreto, per il maggiore impatto che un trasferimento monetario sotto forma di bonus puo’ avere sulla percezione, anche psicologica, di chi lo riceve. Un “bonus” è solitamente percepito come una entrata monetaria “in più” rispetto alla ricchezza esistente della famiglia o del lavoratore, e per questo è più probabile che venga speso in acquisto di beni e servizi piuttosto che messo in cassaforte o depositato in banca.  Dall’altra parte la decisione di escludere dal bonus incapienti e pensionati solleva dei dubbi non solo circa l’equità della misura ma anche sulla sua efficacia. Infatti incapienti e pensionati rappresentano due gruppi particolarmente fragili e duramente colpiti dalla crisi, ed una riforma che miri a ridurre la povertà nel nostro paese non puo’ non passare dall’affrontare i problemi di queste due categorie. I pensionati percepiscono un reddito mediamente inferiore a quello dei lavoratori indipendenti (16314 contro 20280 nel 2012), e secondo un rapporto Istat uscito qualche settimana fa ben il 42,6% dei pensionati percepisce meno di 1000 euro al mese di pensione. La mancata considerazione di queste due categorie per il bonus del governo Renzi rappresenta anche una possibile mancata occasione per il rilancio dei consumi e per dare una ulteriore spinta all’economia, considerato che proprio per la situazione economica in cui si trovano, i due gruppi presentano una più elevata propensità al consumo, ed una eventuale entrata monetaria nelle loro tasche potrebbe dare un maggiore impulso alla ripresa dei consumi. Date queste caratteristiche, un intervento che garantisse un sostegno economico, anche inferiore a 80 euro al mese, indirizzato a queste due categorie, non solo comporterebbe un miglioramento delle loro condizioni di vita, ma potrebbe rappresentare un importante sostegno alla ripresa, stimolando ulteriormente la domanda.

Un’altra criticità, sollevata da Pellegrino e Zanardi su LaVoce, è data dal fatto che la divisione del bonus appare eccessivamente rigida, e rischia di causare disincentivi da una parte ed evidente inequità dall’altra. Nella fascia di reddito 24000-26000 euro il bonus decresce in maniera drastica, fino ad azzerarsi a quota 26000: il rischio è che si tratti di un forte disincentivo, per chi si trova in quella fascia di reddito, a fare degli straordinari, considerato il balzo dell’aliquota effettiva Irpef (+ bonus) che si realizza in soli 2000 euro. Dall’altro capo della distribuzione del bonus, nella fascia iniziale, si verifica un simile “balzo”, ma al contrario: la differenza tra chi percepisce 8145 euro annui e chi ne percepisce 8146, ovvero un solo euro, porta all’attribuzione o meno di 640 euro annui, cioè 80 mensili. Se da una parte si tratta chiaramente di un super incentivo per chi si trova al di sotto della “asticella”, dall’altra costituisce un evidente punto di debolezza della riforma. Si tratta di una riforma che va nella giusta direzione e che ha la grande forza di ridare credibilità al governo italiano di fronte ai propri elettori. Solo due mesi fa Matteo Renzi prometteva 80 euro in più in busta paga, e già adesso il decreto è pronto per la sua applicazione. Tuttavia l’assenza di un intervento a supporto dei più indigenti rappresenta un elemento critico, che il governo dovrà necessariamente affrontare: un intervento a favore di incapienti e pensionati rappresenta non solo un punto centrale nella lotta alla povertà nel nostro Paese, ma anche una grande opportunità di impulso all’economia. Il motivo per cui le due categorie sono state escluse dal bonus sembra essere la mancanza di coperture finanziarie, ma tramite una più equa e ragionevole distribuzione del bonus si sarebbero potute trovare le risorse per intervenire in favore di incapienti e pensionati. Per esempio ricalibrando l’attribuzione del bonus in modo da tenere conto della composizione familiare del lavoratore (sul tema, di fatto, il decreto non fa distinzione, a parità di reddito, tra lavoratore dipendente single o con figli a carico) si sarebbero potute trovare delle risorse per la definizione di misure in favore delle due categorie citate sopra. O allo stesso modo, un sostegno ad incapienti e pensionati sarebbe potuto (potrà) arrivare dall’investimento in servizi ed in misure diverse dal bonus ma che hanno un impatto sul tenore di vita di chi sta peggio.

Il nostro Paese ha bisogno di riforme che sostengano le categorie meno agiate, per ragioni di equità, giustizia sociale ed economiche, ed il governo Renzi dovrà necessariamente prendere delle iniziative in questa direzione.

 

50 euro

 

[pubblicato 05/05/2014 su imille.org]

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