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Diritti civili adesso. Ma adesso davvero

“Il viaggio d’istruzione di terza media. Con i compagni di scuola avevamo rubato delle bottiglie di superalcolici dal bar dell’albergo e ci eravamo messi a bere. Ero un po’ alticcia, lo ammetto, e, disinibita, avevo raccontato al mio compagno di banco e migliore amico quello che da sempre mi scuoteva dentro: il fatto che mi sentivo una donna intrappolata in un corpo di uomo. Lui mi disse che mi capiva, che era dalla mia parte. Il giorno dopo c’era il viaggio in pullman: salto su e resto impietrita. Gli sguardi di tutti, dall’autista agli insegnanti, passando per tutti i compagni di classe, sembravano delle balestre puntate contro di me. Colpevole di aver rivelato al migliore amico quello che sentivo dentro, colpevole di essere diversa. Poi gli sfottò in pullman da parte dei compagni e ben tollerati dagli insegnanti. E a scuola i libri e i quaderni su cui mi scrivevano ‘ricchione’, ‘frocio’, ‘culattone’. Volevo lasciare la scuola. E non perché non me la cavassi: ero brava, bravissima. Aiutavo anche gli altri a fare i compiti. Quel giorno, seduta su una panchina a Foggia, ero davvero decisa a smetterla con la scuola. A darla vinta agli altri, rinunciare alle mie ambizioni. Poi però quella forza di andare avanti l’ho ritrovata. E sono stata più forte di chi mi diceva ricchione, frocio. Mi sono laureata con 110 e lode ed il giorno della laurea, oltre all’orgoglio che leggevo negli occhi dei miei genitori, ero felice perché avevo sconfitto quegli omofobi di merda”.
La storia personale di Vladimir Luxuria e da lei condivisa nel corso dell’evento “L’amore è amore”, sabato 14 Febbraio a Roma.
Oltre ad essere una meravigliosa storia di vittoria dell’intelligenza sull’ignoranza, della forza e del coraggio sull’omofobia, è anche una importantissima lezione, che pone l’attenzione su quello che è il punto centrale di tutta la discussione di oggi sui diritti civili. La libertà di essere se stessi ed il diritto di poter vivere normalmente a scuola e nel lavoro, il diritto a realizzare le proprie ambizioni, la libertà di vivere la vita di tutti i giorni in piena serenità. Che poi una società più libera, tollerante e aperta è anche una società più innovativa, dinamica, é una società che cresce di più e meglio. E non c’é bisogno di analisi statistiche o econometriche per dimostrarlo. È la natura umana a dircelo: ogni uomo, donna, essere umano di questo mondo, ha in sé un grande potenziale. Certo, ciascuno ha il proprio tipo di intelligenza, le proprie specialità, la propria area d’azione, e non siamo tutti Einstein o la Levi di Montalcini. Questo grande potenziale non è solo un anelito personale, ma è anche una immensa opportunità per la società. Ed allora la società che non riconosce i diritti LGBTQI, la società che li discrimina e offende, che rende la vita impossibile, la società che volta lo sguardo dall’altra parte di fronte al tema dei diritti, non solo è una società che discrimina tra i suoi membri ma è anche una società che rinuncia ad un suo grandissimo potenziale economico, sociale, filosofico, politico e quant’altro. E qui torno alla storia di Vladimir Luxuria, che ce l’ha fatta in periodi ben più bui e trovando una grandissima forza dentro di sé. Non può però mai essere questa la soluzione al problema dei diritti. Non si può chiedere ad un ragazzo o ad una ragazza omosessuali o transgender di farsi forza, rimboccasi le maniche, tapparsi le orecchie e andare avanti. È lo stato che deve garantire che il mio compagno di banco omosessuale possa avere la stessa possibilità di vivere serenamente a scuola ed al lavoro e di realizzarsi nella vita che ho io. È lo stato che deve garantire uguaglianza formale e sostanziale. Il riconoscimento dei diritti LGBTQI non può essere una battaglia individuale, non si può rispondere al grido dei cittadini che si sentono discriminati che comunque dai, ce ne occuperemo, ma alla fine fatevi forza da voi perché l’Italia è l’Italia, c’é la Chiesa, “si si, vi faremo sapere” e così via.
La battaglia per i diritti LGBTQI ci coinvolge tutti. Non perché siamo tutti gay o trans, ma perché siamo tutti cittadini della stessa comunità. Ed è intollerabile che qualcuno possa essere discriminato perché ama una persona del proprio stesso sesso, perché intimamente sente di appartenere all’altro sesso o semplicemente perché prova attrazione sessuale per lo stesso sesso. Che poi, molto sinceramente: ma saranno anche fatti di ciascuno di noi chi amiamo, cosa ci sentiamo o con chi andiamo a letto, no? Lo stato faccia piuttosto il proprio dovere, che è quello di garantire gli stessi diritti a tutti, senza discriminazione. Meritiamo tutti una vita meravigliosa, meritiamo tutti di esprimere in pieno il nostro potenziale e meritiamo tutti il diritto di amare chi ci pare. E meritiamo che tutto questo venga riconosciuto dalla legge.
Diritti civili, adesso. Ma adesso davvero.
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