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Don’t cry for Peppe, Argentina

Dal Sacro Blog del 23 Ottobre 2011: “Facciamo come l’Argentina!!! In otto anni sono riusciti a spazzare via la crisi, e sapete perché? Perché nonostante fossero finiti nel buio più assoluto, non avevano Stati che hanno impedito che la loro crisi seguisse ogni livello. […] Viva l’Argentina, allora. Oggi in Argentina si vota, c’è un’euforia pazzesca. Stanno riemergendo da una crisi senza fondo, perché hanno messo in campo le loro energie. Si son rimboccati le maniche. E noi?”

Come applicare questa ricetta miracolosa all’Italia? La teoria di fondo è quel mantra che conosciamo bene: uscire dall’euro, riacquistare la sovranità monetaria, mandare a quel paese le banche, svalutare la valuta nazionale, e tra un insulto ed un altro rilanciare l’economia con le esportazioni.

L’Argentina è stata per anni il modello di riferimento di Beppe e dei suoi amici economisti da caffé e pan di stelle.

Ma qualcosa non funzionava già dall’inizio: piccolo dettaglio che sembrava essere sfuggito era il fatto che l’Argentina non avesse deciso di “uscire” dal cambio fisso col dollaro, ma che fosse una conseguenza (necessaria e indesiderata) del default del 2001.E che questo aveva causato una perdita di potere d’acquisto del 70% da un giorno all’altro.

Nel Febbraio 2013, quando la presidenta Kirchner litiga con l’FMI spunta un nuovo post di elogio dell’Argentina sul blog di Grillo. E a seguire commenti, come: “che l’Argentina sia il faro che illumina l’Italia e l’Europa intera”, “VIVA ARGENTINA ! PORCI FMI !! A MORTE !”, e cose più elaborate, tipo “Un’Argentino non ti dirà mai che le cose vadano bene,ma cosa succede realmente in Argentina? ne cito alcune:
-Crescita dell’8% annuo e del 4% nel 2012
-Valorizzazione del mercato interno
-Aprono fabbriche di continuo
-Politiche sociali”.

Oggi l’Argentina va in default per la seconda volta in tredici anni (record): la dimostrazione che, forse, non era poi un modello così sano.

Forse è l’ora di smetterla di dare conto agli economisti da caffé ed agli urlatori di professione, ché se le elezioni le vinceva Grillo, oggi andavamo in default anche noi.

 

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Sperando che risorga

Dal 1° Agosto l’Unità non uscirà più nelle edicole.

Oggi penultima edizione, con un titolo a caratteri cubitali in prima pagina: “Hanno ucciso l’Unità”. E sotto una vignetta di Staino. Poi un editoriale e 16 pagine bianche.

La chiusura di un giornale non è mai una cosa bella. Significa una voce in meno nell’informazione, un punto di vista diverso che scompare dalla carta stampata.

Le cose che non quadrano però sono il tono utilizzato nell’editoriale di oggi e le parole di chi vede nella chiusura del giornale una operazione sottobanco orchestrata dal PD.

E’ davvero colpa di Renzi e del PD se oggi l’Unità chiude, sommersa dai debiti e da scelte editoriali che si sono dimostrate sbagliate?

Come avrebbe reagito l’Unità se Renzi, una volta segretario, fosse intervenuto direttamente, nominando un nuovo direttore e definendo nuove linee editoriali? Non bene, immagino.

Non puo’ bastare il romanticismo di chi dice “salviamo ‘il quotidiano fondato da Antonio Gramsci'” per tenere in piedi un giornale. La carta stampata non puo’ sopravvivere sulla base della propria storia se oggi non ha più nulla da dire ed è gestita male.

In casa mia fino a una decina di anni fa l’Unità entrava. Speriamo che possa tornarci in futuro, rifondata, con una nuova direzione. E soprattutto con qualcosa in più da dire.

unità

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L’opposizione è mia e la gestisco io

Stallo in Parlamento per la riforma del Senato.

Poi arriva Vannino Chiti, dissidente del PD, che apre ad una riduzione degli emendamenti purché il voto sul testo finale arrivi a Settembre. “La proposta che faccio è di non disperdersi in migliaia di emendamenti ma diconcentrare il tempo a disposizione prima dell’8 agosto per illustrare le varie posizioni sulla base degli emendamenti fondamentali, quindi discuterne con i relatori e il governo e procedere a votarli”. Ovvero una proposta sensata e ragionevole, e che ha trovato il consenso di tutto il PD, Forza Italia, Scelta Civica, Ncd.

No alla mediazione da Lega, 5 stelle e Sel. I leghisti sono pronti a saltare le vacanze estive per discutere gli 8000 emendamenti, i 5 stelle non riescono a trovare la parola “mediazione” nel loro vocabolario (nonostante sia proprio di fianco al termine da loro usato più a sproposito di tutti, “democrazia”).

E Sel? Cosa dice Sel, che ha presentato 5900 emendamenti?

Sel dice che vuole entrare nel merito della questione, e che non è interessata al tipo di mediazione proposta da Chiti. E che Renzi usa il “principio della clava” piuttosto che quello di maggioranza, che c’è una svolta autoritaria e illiberale, che la nostra Costituzione è la più bella del mondo quindi guai a toccarla, che la minoranza deve fare ostruzionismo e la maggioranza deve starle appresso. E a seguire tutti gli altri luoghi comuni tipici di chi alla ben più semplice e grezza arte del compromesso politico preferisce quella della opposizione permanente.

Aspettiamo tutti con ansia il prossimo congresso in cui intellettuali, musicisti e grandi studiosi elogino la bellezza della nostra Costituzione e condannino il tentativo antidemocratico di chi vuole riformare il Senato.

Sempre gli stessi discorsi, sempre allo stesso punto della discussione, a fare il gioco dei puri contro i corrotti, dei profondi contro i superficiali. Le parole di chi discute perennemente più per dimostrare la propria eloquenza piuttosto che per cambiare qualcosa, di chi in passato lamentava la lentezza del processo legislativo, ma che di fronte alla proposta di riforma del Senato grida al colpo di Stato.

Vannino Chiti ha proposto di mettere da parte l’ostruzionismo e di discutere sugli emendamenti principali, e il governo si è espresso favorevolmente. Dunque la si smetta di fare il gioco della minoranza bistrattata, messa da parte e mai presa in considerazione. Basta col giochetto delle prime donne.

Chi siede in Parlamento ha il dovere di affrontare seriamente la discussione sulla riforma del Senato. Per gli aperitivi, le chiacchiere e le lagne ci sono posti più adatti.

Sel senato

 

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Non è un paese per Tavecchi

“L’Inghilterra rispetto a noi è un’altra cosa: individua dei soggetti che possono entrare in base alla loro professionalità. Da noi invece arriva ‘Opti Pobà’, che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio”. Questa la gaffe di Carlo Tavecchio, quasi certamente prossimo presidente della FIGC. Poi le scuse, naturalmente.

Banane? Non ricordo nemmeno di averlo detto, volevo dire “mele”.

Razzismo? Ma no, la mia vita è improntata all’impegno sociale e al volontariato, in particolare per l’Africa.

Il tizio che aveva lanciato la banana a Dani Alves è stato, in ordine: bandito a vita dal Madrigal ed espulso da ogni collaborazione esistente col Villareal, bandito per due anni dagli stadi, arrestato e col rischio di farsi tre anni di carcere per il reato di discriminazione, odio o violenza per razzismo.

Il patron dei Los Angeles Clippers, Donald Sterling, che aveva chiesto alla fidanzata di non portare uomini di colore alle partite del suo team e di non postare foto su Instagram con nessuno di loro: bandito a vita dall’NBA, multato di 2,5 milioni di dollari, e con il commissioner NBA, Adam Silver, che vuole costringerlo a vendere i Clippers.

E tanti altri esempi.

Noi invece Tavecchio lo facciamo presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, perché dai su,  si scherzava, non è successo niente. E anzi la battuta era anche carina.

Poi però chiudiamo gli stadi per striscioni razzisti, condanniamo i cori scorretti e applichiamo il codice etico. Perché si sa: l’importante è indignarsi.

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Occupazione di suolo pubblico

Tra gli 8000 emendamenti alla riforma del Senato ci sono delle chicche imperdibili.

Il tema più “emendato” sembra essere il nome della Camera dei Deputati: una caterva di proposte ne chiedono il cambiamento in “Dieta Nazionale”, “Curia degli eletti”, “Corte Nazionale”, “Bulé dei Rappresentanti”, “Congregazione degli eletti” e così via.

Poi tanti emendamenti sulla riduzione del numero di Parlamentari (315, 314, 40, 12, 10 eccetera), la Lega che vuole inno e bandiera per ogni Regione, ed errori/orrori grammaticali vari (per esempio in un testo si legge “La Camera è letta”).

Tutti emendamenti degni di attenzione, eppure qualcosa è stato trascurato.

Mancano gli emendamenti per la modifica del colore degli asciugamani nei bagni del Parlamento, quelli per la distribuzione gratuita di panelle e crocché tra una seduta parlamentare e l’altra, nonché quelli per la sostituzione di tutte le virgole nella Costituzione con punti interrogativi ed esclamativi.

Che l’ostruzionismo sia sempre esistito e che il suo fine sia appunto quello di rallentare l’iter legislativo è fuor di dubbio. Ma arroccare la discussione sulla Riforma del Senato ad un muro contro muro, cui prodest? Di certo le opposizioni e i dissidenti vari fanno una magra figura: in tempi in cui è necessario darsi una mossa, presentare una caterva di emendamenti per la stragrande maggioranza ridicoli, non è una mossa troppo lungimirante.

“Ottomila emendamenti non sono opposizione costituzionale, sono occupazione di suolo pubblico” (cit. Vittorio Zucconi).

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